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Donna Caterì, Civitavecchia non c’è più.

Il 4 maggio 1943 erano passate da poco le ore 15:00. Civitavecchia stava per subire il primo, ed anche il lo più terrificante e massiccio, bombardamento della sua storia. Il centro e il retroporto furono letteralmente rasi al suolo. In quell’anno si conteranno, alla fine, circa 450 morti, tra bombardamenti e navi affondate. Mio nonno, per tutti Danilo, ma all’anagrafe Geremia Massà, poi Di Gennaro, famoso per il vezzo di indossare sempre il papillon anche quando smetterà di lavorare, era banconista in un bar vicino al porto, alle prime bombe, si chiuse dentro, tirando giù la serranda, un ragazzino, il garzone del negozio, poco più che dodicenne, gli stava davanti, cercò di prenderlo per la camicia, ma l’onda d’urto glielo portò via dalle mani, morì dilaniato pochi metri più in là. Mia nonna paterna, Ildegonda Piozzo, Ilde, e mio padre Antonio erano a casa, lui dormiva, aveva circa 4 anni, il lettino gli si riempì dei vetri rotti delle finestre. Era un bambino molto vivace e poco incline alle regole e al riposo, eppure non si svegliò nemmeno. La mia bisnonna, Caterina Panunzi, scendeva da un treno. Era andata a verificare la possibilità di fuggire nella sua casa d’infanzia, lei che era della provincia di Viterbo, una casa rurale a Magugnano vicino Grotte di Castro. Appena scesa dal treno, cercava una carrozza, le venne incontro una coltre di polvere, di cenere e di urla. Un uomo le disse: “donna Caterina, tornatevene via che Civitavecchia non c’è più.” Corse, accompagnata dal nipote più grande, verso la “settima”, il palazzo dove abitava la figlia, la trovò in un rifugio improvvisato con mio padre al collo.

La storia di Caterina abbraccia più di mezzo Novecento, ha conosciuto la migrazione verso l’America, l’analfabetismo, la fame della tassa sul macinato e il “Chinino di Stato”.

Il figlio maggiore e il marito moriranno, migranti, negli Stati Uniti. Assisterà a due guerre mondiali, curerà malati di febbre spagnola al molo Lazzaretto.

Aiuterà poi nel seppellire le salme, perché di posto non ce n’era più.


Alcuni giorni dopo quel bombardamento, si trasferirà, quindi, “sfollata” nel viterbese insieme alla famiglia della figlia.

Inizia un periodo di collaborazione con i partigiani dei Monti Cimini, e più tardi, con le truppe angloamericane.

Mio padre ricorda il sapore della Coca Cola, che era ancora uno sciroppo dolciastro, che i soldati americani bevevano da un gallone appoggiato sulla spalla, e della cioccolata militare.

Durante quel soggiorno forzato, Ilde perderà un figlio, ne partorirà altri.

Caterina cacciava, dal suo orto, i fascisti che fuggivano, dopo l’8 settembre, con un gallo vivo in mano. Camminava con un bastone di legno di ciliegio.


Nell’estate del 1945 tornano a Civitavecchia, verrà assegnata loro un’abitazione in via Antonio Da Sangallo, nei pressi della Caserma Stegher e degli alloggi di ufficiali militari. Da lì, iniziano una serie di racconti familiari fatti di macerie da spalare, del Grande Torino alla radio, di pantaloncini da boxeur cuciti a mano con scampoli di stoffa, di amicizie profonde destinate a durare per decenni.



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