“Ma che stai a fa?”

Fin fa quando ero una bambina, anche più piccola di mia figlia, mio padre non ha mai sopportato di vedermi a letto fino a tardi, anche nelle giornate di festa.

Lui tornava verso le otto del mattino, che già aveva aperto il bar, e me lo trovavo seduto ai piedi del letto, con il giornale sotto il braccio.

“Mica farai vedere a papà che sei un pullegrona.”

E io, mi alzavo.

Verso i dodici anni, d’estate, ho iniziato ad andare alle 5 insieme a lui. Ci stava questo giornalaio di Porta Tarquinia, dove mi fermava a prendere i giornali per i clienti del bar, che mi diceva: “ A

regazzì, ma ndo vai presto così?”

Stavo alla cassa e tu vedevi questi avventori della mattina presto, diretti in Sardegna per lo più, che quando si trovavano sta bambina che faceva i conti alla cassa non sapevano mai quello che dovevano fare. E lui se la rideva dietro al bancone, o insieme alla comitiva di uomini che lo hanno sempre accompagnato nelle prime ore di lavoro al bar. Un dottore che iniziava lo studio presto. Un avvocato, un commercialista, no stracciarolo.

Ecco perché, stamattina, 2 Gennaio, ancora a letto con i miei figli, fuori un tempo da lupi, io sento solo la sua voce che me dice: “ Ma che stai a fa?”


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