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Un marinaio nella tempesta

Non sono un buon marinaio nella tempesta.


Io rispolvero tutta la tradizione mediterranea più autentica, nelle avversità impreco il divino, strillo, mi squarcio, mi spezzo, piango, invoco il senso di morte, lo spleen, fulmini e saette.


Però, nel mentre, faccio anche tutto quello che un marinaio deve fare, pulisco il ponte, riparo vele, sistemo il timone, addrizzo il tiro.

Mi alzo, accudisco, nutro, produco.


Se avete la pazienza di sopportarmi io vi riporto tutti a casa, sani e salvi.


La calma è come la fede, non l’ho ricevuta, mi abita un moto ondoso perpetuo che fa arrivare il sangue all’altezza del cuore, ogni schizzo, un’extrasistole.


In questo moto ondoso sono immersi i miei affetti più cari che così imparano anche a nuotare, perché io so’ scuola e so’ maestra.


I miei figli a volte rischiano di affogare, Alessio no, Alessio non si bagna nemmeno.

Mentre immagino ogni cattiveria da sputargli addosso appena rientrato, lo vedo dritto su quella porta e lo rivedo trentenne biondo con il sole negli occhi e la maglia da rugby. E dimentico tutto.


Ecco perché questa pandemia è la mia tempesta, che mi squarcia, ma abbiate la pazienza di non ascoltarmi, almeno non sempre.


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