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Cronaca di un aborto qualsiasi

A 11 settimane di gravidanza, il 22 aprile 2015, ho abortito. 

Questa gravidanza, dall’inizio, si presentava già problematica. 

Le beta non crescevano bene, la camera era piccola, l’embrione pure.

Le ecografie si susseguivano così.

Non lo dicemmo a nessuno, tranne che ai familiari e agli amici più stretti. 

Alla fine mi dicono che, niente, dovrò fare un raschiamento e mentre inizio un pellegrinaggio da un ospedale ad un altro, il giorno prima di ricoverarmi al Cristo Re, a casa di mia madre inizio a sanguinare.


Mio padre già stava male, mio marito era a Roma, mia sorella fuori città, mia madre non guida, se non dentro Civitavecchia. 


E allora tocca che mi faccio coraggio.


Capisco dall’emorragia che un assorbente non basterà, mi sistemo un asciugamano in mezzo alle gambe e mi metto alla guida: Il parcheggio sotto casa, la statale, l’autostrada, i caselli da pagare.  

Dico a mia madre di parlare, di parlare, di raccontarmi delle cose più banali. Del più e del meno. Lei parla di una mia cugina che ha litigato con la madre. Del mercato di quella  mattina.


Ogni tanto mentre guido mi devo alzare, per far defluire il sangue. Ad un certo punto sento che esce tutto. 

Arrivo al Cristo Re, parcheggio, io sono tutta sporca, come in un film dell’orrore. Mi fanno entrare subito. Due infermieri uomini mi spogliano dalla vita in giù. Sono in piedi, con una traversa sul pavimento, mi lavano.

Arriva una ginecologa bellissima, io mi sento all’improvviso così brutta, sporca, imperfetta. Le unghie sporche. I capelli sporchi.

Le gambe non depilate.

Lei si passa le mani così curate in mezzo ad un taglio di capelli fresco di parrucchiere.

Gli infermieri mi dicono: “dai, che il prossimo mese sei incinta di nuovo.”

Passo la notte lì, in una stanza singola, fanno rimanere anche mia madre. La notte non chiudo occhio, piango in continuazione, ho gli ormoni in caduta libera.

Il giorno dopo mi prende una stanchezza ancestrale.

Attacca il turno la mia ginecologa. Mi manda a casa con una terapia. 

È finita. Sono sollevata.


Arrivo a casa dei miei, mi stendo sul divano. Mio padre mi tiene la mano dopo ogni assunzione di una pillola che mi provoca dolore.

Dopo tutto, penso, fra poco sarà estate.






illustrazione di Giulia Pintus

“Ricresceranno”





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