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Ogni riferimento a fatti o persone è da ritenersi puramente casuale.


Il seminterrato dell’ospedale San Camillo ha una punta di gelido in più rispetto a questo gennaio romano.

Quando entro in stanza non mi voglio sdraiare, rimango seduta su questa sedia sbeccata di legno e formica. Appoggio la mia borsa firmata che più della metà delle mie coetanee non può ancora permettersi.

Passo la mano nel mio taglio di capelli fresco di parrucchiere, i bracciali tintinnano. Mi metto le cuffie dell’IPod.

Mi guardo intorno, due ragazze nigeriane, tre adolescenti italiane, morte di paura.

Io qui dentro non c’entro niente, penso.

Invece no. Tutte le donne abortiscono e abortiscono dalla notte dei tempi.

Capita sì.

Il pensiero di essere incinta di quell’uomo mi fa venire la nausea e non certo per gli ormoni. Scopare sì, ma una gravidanza davvero no.

Io che non sono nemmeno riuscita a dormirci mai vicino.

La mia gamba destra dondola nervosa e scocciata sulla sinistra, accavallata.

Sarà azzeccato questo tailleur pantalone azzurro? Non lo so se esiste un dresscode per chi abortisce.

Arriva l’infermiera: “beh che fai? Non ti spogli? Che te lo famo vestita?”

A batteria, ci avvicina un bicchierino con un antibiotico di copertura e delle gocce di calmanti.

Ritirati i documenti, il certificato, i colloqui, tutto fatto.

Non ho portato le ciabatte. Entro in sala operatoria con i copriscarpe come calzini.

Entro.

Dopo venti minuti sono fuori. Aspetto un paio d’ore in cui il mio telefono non prende e dovrò giustificare questa assenza.

Nessuno a farmi compagnia, niente spiegazioni da dare, nessuna scelte da difendere.

Firmo le dimissioni e me ne vado.

Prendo il 710.

C’è traffico.


Ogni riferimento a fatti o persone è da ritenersi puramente casuale.


Tanto potrebbe essere chiunque di noi.


28/09 Giornata internazionale per l’aborto sicuro

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